La firma è tua
Raymond scrive in quaranta minuti quello che a te costava due giorni. Poi qualcuno deve firmare.
Sono le due di notte e qualcosa si è rotto. Apri il servizio e stai guardando codice che hai approvato due settimane fa ma che non hai scritto. Quando il codice l'hai scritto tu, debuggare a quell'ora è duro ma familiare: riconosci i tuoi ragionamenti, anche quelli sbagliati. Quando hai approvato codice generato, stai ripercorrendo i passi di qualcun altro. Qualcuno che adesso non c'è. "L'ha scritto Raymond" alle due di notte vale zero.
Perché il merge è una firma. Nel momento in cui premi quel bottone, "l'agente ha proposto questa cosa" diventa "io rispondo di questa cosa". La responsabilità si trasferisce a te, mica allo strumento. È sempre stato così anche con il codice dei colleghi, certo. Ma il collega lo potevi chiamare, e soprattutto firmavi due PR al giorno. Adesso ne firmi venti.
E qui arriva la parte di cui si parla poco: la fatica della validazione. Passi la giornata a leggere codice che hai chiesto tu ma scritto da qualcun altro. Controllare, verificare, approvare. È la differenza tra guidare ed essere il passeggero che deve comunque tenere gli occhi sulla strada. Il passeggero si stanca prima. E intanto la rapidità è diventata il minimo sindacale: una cosa da cinque giorni la consegni in due, e al giro dopo di giorni te ne danno tre. Il vantaggio dura poco, poi è l'andatura normale.
A un certo punto mi sono accorto che da tre settimane il codice non lo scrivevo più io. Nemmeno una funzione, di quelle che cominciano dal foglio bianco. E certe mattine apro Claude e per due ore sono produttivo come in nessun altro momento della mia carriera: il codice scorre, i test passano. Poi chiudo il laptop e mi chiedo: cos'ho fatto IO, oggi? Quello ero io?
La risposta che mi sono dato passa da una regola sola: puoi firmare soltanto quello che capisci. Tutto il mestiere nuovo sta lì dentro: leggere codice che ti arriva sconosciuto, e calibrare la fiducia caso per caso, come faresti con un collega appena arrivato che però produce a una velocità mai vista. Per tenermi onesto uso tre domande, ogni giorno. Capisco perché funziona, o so soltanto che funziona? Sto delegando per efficienza, o per evitare di pensare? Cosa ho imparato oggi che ieri non sapevo? Quando due risposte su tre mi piacciono poco, è il segnale che sto firmando col pilota automatico.
Raymond scrive, e scrive bene. La firma, però, resta tua. Mettila sulle cose da sveglio, che le due di notte arrivano per tutti.
Questo è solo un pezzo di Driving with Raymond, il primo talk della serie. Se vuoi la versione intera per la tua community o il tuo team, scrivimi.